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Con australiani e londinesi a cena si chiacchiera. Assurdo! niente social network…

Sono le 22.30 e abbiamo passato tutta la giornata in barca intorno all’isola di Favignana. Il sole, il vento e la salsedine ci hanno cotto la pelle e prosciugato le energie. Passiamo la serata al ristorante: 4 australiani, 2 londinesi ed io. Sono tutti più giovani di me, tra i 30 e i 38 anni.

Ci sediamo al tavolo in attesa di ordinare. I tempi di attesa non sono certo quelli di Milano. Qui è tutto dilatato e più volte prendo in mano lo smartphone per controllare social network (Facebook, Linkedin e Instagram quelli che consulto più spesso), posta elettronica ed eventuali messaggi da casa di marito e figli. Mi rendo conto di questo gesto ripetuto, automatico e incontrollato. Mi pesa ammetterlo. Ancora di più se mi guardo intorno e vedo che gli altri commensali non l’hanno ancora fatto. E non lo faranno quasi per tutta la durata della cena. Forse non usano i social? È strano. Sono anche più giovani di me…

Allora è una questione di educazione. Mi pesa…

Cerco riscontro nei dati alla mia teoria improvvisata . Guardo il report di we are social 2019 (che ho rielaborato qui in questa infografica).

Dati Hootsuit 2018

Dati Hootsuit 2018

I grafici possono trarre in inganno se si considerano i valori assoluti e non i dati percentuali sulla popolazione. Non siamo assolutamente distanti, anzi.

Quindi?

È una questione di educazione. Di educazione all’utilizzo dei social network. Scopro infatti dalla conversazione con mia cugina Daniela, australiana, e con me durante la serata, che l’utilizzo è più connesso alle attività lavorative e che è importante non lasciare tracce soprattutto sui social network (compromettenti).

Mostro lei come alcuni dei miei contatti utilizzino i social per questioni che, conveniamo insieme, sarebbe meglio tenere private. La reazione è forte: “non mi assumerebbero mai vedendo che sui social pubblico questo” (n.d.r. Lei è avvocato in un grosso studio di Sydney). In realtà dunque la cultura del web è molto meglio radicata nella loro società che nella nostra: è piena la consapevolezza di come la vita “social” sia strettamente connessa con quella quotidiana e come una possa fortemente influenzare l’altra.

 

Questo vale ovviamente sia positivamente che negativamente.

Parliamo di Linkedin (avevo proprio in avvio il programma del mio corso in quei giorni): Daniela mi dice di utilizzarlo molto. Io mi stupisco perché non vedo mai suoi contenuti. Ammette di utilizzarlo prevalentemente alla ricerca di informazioni rilevanti per il suo lavoro. Ricerche che non lasciano traccia: non “consiglia” post, non “condivide”, non crea contenuti. Ma ne fruisce quotidianamente.

Tecnicamente le “tracce” lasciate dagli utenti rientrano anche nelle “vanity metrics” ossia quei parametri che spesso vengono utilizzati come misura delle prestazioni di una pagina social. Eppure quanti come mia cugina non lasciano traccia del loro “passaggio”, del loro “interesse” o anche della loro disapprovazione?

 

È una domanda che mi faccio da tempo anche perché l’ho vissuto sulla mia pelle e ho visto come persone che sembravano non seguire la mia attività professionale in alcun modo, mi abbiano poi contattata offline facendo riferimento a mie attività online (e chiedendomi consulenza).

Questo è un aspetto molto importante che non va sottovalutato.

Tante aziende ritengono ancora oggi poco utile essere presenti sui social network e, quando lo fanno, tendono a pubblicare contenuti che sembrano più una cronaca delle loro attività che non qualcosa di utile ai loro potenziali clienti.

Eppure è molto importante, soprattutto quando siamo in settori in cui non è facile creare un vero e proprio engagement, quello entusiasta e/o empatico. Penso ai casi Ceres, Taffo o altri più “nobili” come Freeda e Roba da donne.

 

Le persone sono sui social e vedono. Vedono ciò che fai e, tendenzialmente, giudicano. Possono solo guardare e non interagire subito. Ma si ricordano di ciò che fai e possono decidere di cercarti quando sono pronti a contattarti. Se la tua azienda non è presente e non crea nessun contenuto rilevante, rischia di passare facilmente nel “dimenticatoio”.

 

La cena è terminata con una spiegazione dettagliata di quel vocabolario non scritto della lingua italiana. A suon di grandi risate, ho dovuto dare spiegazione verbale di una serie di gesti che, vista la location molto meridionale, avevano attirato l’attenzione dei miei commensali.

In realtà pensavo che nessuno l’avesse scritto e invece ho trovato questa chicca.

il supplemento al dizionario italiano,

di Bruno Munari.

Siamo un popolo meraviglioso! Cosa potrebbe succedere se mettessimo lo stesso calore e la stessa brillantezza anche nella nostra comunicazione aziendale (sui social network e non solo!)?!